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Progetti & Racconti...

Progetti futuri...

Scrivere è un'ottima terapia. Almeno per me.

Tiene lontano i cattivi pensieri, lascia libera la fantasia e ti da la possibilità di vivere mille vite diverse pur restando coi piedi per terra. E' come leggere, ma in questo caso sei tu a scegliere gli sfondi, i personaggi, l'inizio e la fine della storia; non resti mai deluso.

In cantiere c'è un nuovo progetto... ma il tempo è davvero poco, diversamente da Gloria, non porta traccia di dolore, tutto quello che avevo dentro l'ho tirato fuori lì, in compenso è una bella storia d'amore che qualcuno ha già potuto apprezzare.

Naturalmente, prima di portare avanti qualsiasi altro progetto, mi  dedicherò solo a "Gloria", promuovendolo con tutti i mezzi possibili.

Per me è stata una terapia, mi ha emozionato e dato la forza di andare avanti, mi piacerebbe potessero leggerlo in molti, per condividere con me le stesse emozioni.

In questo momento sto frequentando un corso di scrittura creativa tenuto da Ferruccio Parazzoli, spero possa essermi utile per poter fare meglio in un prossimo lavoro. 

QUELLI CHE TROVATE DI SEGUITO, SONO RACCONTI CHE HO TUTELATO E SCRITTO PER PARECIPARE AD ALCUNI CONCORSI, SPERO VI PIACCIANO!

 

Una notte piena di sogni...

Michael camminava lungo il sentiero che separava la fermata dell'autobus da casa sua, il sole nonostante fosse maggio, era già incredibilmente caldo e la maglietta gli si appiccicava addosso come una seconda pelle.

L'ultima ora era stata un vero disastro e spiegare a sua madre il quattro in matematica, non sarebbe stato facile. Quella settimana era il terzo ma per fortuna era venerdì.

Quando varcò la soglia di casa, si fermò prima dal cane, prese tempo poi andò dalla madre.

"Eccolo qui il mio ragazzo! Com'è andata a scuola oggi? Quattro in vista?" La mamma, lo aveva accolto come tutti i giorni: un largo sorriso e braccia aperte. Quella, era l'unica breve pausa che si prendeva nel pomeriggio di lavoro.

"Hmm, che profumino! Cosa mi hai preparato di buono oggi?" Michael voleva toccare l'argomento voti il più tardi possibile, non perché sua madre fosse severa, ma il solo pensiero di deluderla e darle preoccupazioni, lo faceva stare malissimo, così cercava di cambiare discorso.

"Oggi lasagne di verdure, cotoletta e...patatine fritte! Chissà che non riesca a farti mettere su qualche chilo!" Aveva lavorato in fabbrica fino all'ora di pranzo, poi appena arrivata a casa aveva cucinato per lui. Subito dopo, avrebbe ripreso a lavorare stirando per la lavanderia del paese, ma adesso si prendeva una pausa pranzando col suo unico figlio.

"Mettiamoci a tavola allora, della scuola parliamo dopo." Era un chiaro messaggio sul fatto che a scuola, non era stata una buona giornata.

Prima che sua madre toccasse di nuovo l'argomento, il cane attirò la sua attenzione.

"Mi sa che Nigel vuole uscire, lo porto fuori." Il suo pitbull di quasi un anno non poteva essere più tempestivo; era arrivato tenendo il guinzaglio in bocca, agitandolo vicino alle sue gambe.

 Appena fu all'aperto si sentì più sollevato, liberò Nigel e si sedette a terra lanciandole una pallina da tennis. Il cellulare vibrò nella tasca facendole il solletico."Tutto ok a casa? Buon week Vale." Sorrise leggendo l'sms. Valentina era l'unica amica sincera che le era rimasta accanto nell'ultimo anno. L'anno precedente non si erano piaciuti gran che, ma a settembre, all'inizio della seconda media era scattato qualcosa, e sin dai primi giorni erano stati compagni di banco. Tutto era avvenuto in maniera automatica, senza provare una vera e propria simpatia l'uno per l'altro, tanto che quando i compagni li prendevano in giro per l'evidente amicizia, loro ci ridevano sopra ma quando si accorsero che a legarli era qualcosa di più forte, non poterono più fare a meno l'uno dell'altra. Purtroppo che lo volessero o meno, i loro destini erano uniti e anche quando litigavano, inevitabilmente si trovavano a condividere e risolvere insieme il problema. Valentina dopotutto non era male, e Michael era tra i ragazzi più carini della scuola.

"Non ho ancora parlato dei voti ma lo farò tra poco, grazie." Il cane stava dando sfogo a tutta la sua iperattività, correndo in tutte le direzioni e continuando a riportare indietro la pallina; Michael puntualmente gliela rilanciava lontano.

"Mi spieghi perché continui a farmi spendere soldi per parlare con te?"

"Perché non dovrei?"

 "Sai bene che potremmo comunicare in un altro modo, è molto più economico!"

"Sì ma quello lo usiamo a scuola, ora non ce n'è bisogno, non c'è nessuno con me a parte Nigel."

"Appunto!" Valentina era una ragazzina ostinata e decisa, aveva la sua stessa età ma era molto più determinata.

"Dai non arrabbiarti, ora devo andare, fammi gli auguri." Michael richiamò il cucciolo che lasciò cadere a terra la palla grondante bava e attese che il suo padrone lo legasse.

Il fatto che Valentina non rispondesse al messaggio, non era un buon segno, anche se entrambi sapevano che tra loro i litigi non duravano molto.

"Non fare l'offesa con me." Scrisse ancora lui pur sapendo che avrebbe ignorato il cellulare.Quando fu sul portico di casa si fermò a riempire d'acqua la ciotola di Nigel, poi si sedette sul dondolo e socchiuse gli occhi un istante. Quello fu il tempo necessario per entrare in contatto con lei.

"Prova a ignorarmi ora?" Michael sapeva, come d'altronde lo aveva imparato anche lei, che una volta entrati in sintonia non potevano evitarsi.

"Mi fai arrabbiare..."

"Scusa..."

"Lo sai che la paghetta che mi passano i miei è ridicola? E non parliamo della tua, almeno così risparmiamo!" Era di nuovo allegra.

"Sei incredibile, tanto ti avrei raccontato come andava e sta zitta mentre parlo con mia madre, altrimenti mi metto nei pasticci ok?"

Nella mente di Michael erano risuonati due baci, quelli che lei aveva fatto schioccare sulle dita in segno di promessa e in pochi istanti gli tornò alla mente l'inizio della loro amicizia e del loro incredibile dono. Lo avevano scoperto poco prima di Natale, era stato un susseguirsi d'eventi che li aveva portati a capire che qualcosa li legava, anche se nessuno dei due fino al primo contatto, sapeva a cosa portava.

Durante il primo anno, si erano frequentati appena, come due normali compagni di classe, un saluto, una battuta, niente di più ma settembre, il primo giorno di scuola, Michael si era avvicinato chiedendole se il posto accanto a lei era libero A dir la verità si era sentito uno stupido, nello stesso istante in cui glielo aveva detto ma nonostante tutto, sapeva o comunque avvertiva di doverlo fare. Valentina aveva un largo e idiota sorriso sulle labbra in segno d'assenso, sebbene fosse certa di non condividere quello che il suo volto aveva risposto.

I giorni passavano e tra loro, si era creato un invisibile e magico filo che li univa.

Il giorno della scoperta era il tredici di dicembre, un lunedì. Aveva nevicato per tutto il week-end e fuori della scuola si camminava a fatica.

Quando Valentina arrivò a scuola accompagnata da suo padre, Michael era appena sceso dall'autobus e l'aspettava sul marciapiede.

"Forte arrivare a scuola con un autopompa!" L'aveva bacchettata lui scherzoso.

Il padre di Valentina era il capo dei pompieri e quando poteva la portava a scuola col suo mezzo, prima di andare in caserma.

"Meglio dell'autobus in questi casi, non si riesce nemmeno a camminare."

"Forse se avessi usato un abbigliamento un po' più adatto!" Le aveva lui detto ironico. L'unico indumento azzeccato erano un paio di stivali imbottiti. Per il resto, indossava una calzamaglia a righe colorata, una gonnellina scozzese e un giubbotto troppo leggero.

Ma che cretino! Pensò lei mentre avanzava insicura nella neve.

"Cos'hai detto?" Michael camminava appena davanti a lei, e si era voltato quando l'aveva sentita.

"Niente!Aiuto...aspetta dammi una manoo." Michael non fece in tempo a girarsi che lei era già per terra.

Che imbranata! Pensò.

"Dai che si fa tardi." Lui scosse la testa, e allungò il braccio verso la compagna.

"Ehi vacci piano con le parole! Che palle questa neve!" Valentina si scrollava via di dosso la morbida neve che si era attaccata alla calzamaglia e lungo la sciarpa.

"Ho solo detto che è tardi. Tra poco suona la campana."

"Sì e io sono la Gioconda!Come se non ti ho sentito!" Valentina era seccata.

Michael restò a fissarla con aria interrogativa. Le sue labbra, non si erano mosse, ma nella mente continuava a darle della matta.

"Matta io?Ma che ti prende stamattina? E' la neve che ti fa scemo?"

"Tu..hai sentito quello che ho pensato?"

Ora a pensare era lei: questo è scemo per davvero!

"Scemo?! Ehi ma..." Michael indietreggiò quasi spaventato.

Se riesci a sentire quello che penso, vieni in bagno per le undici, il posto non è il massimo, ma credo che dovremmo parlare.

Valentina era come paralizzata e lui ebbe la certezza che riuscivano a sentirsi, ripresero a camminare, guardandosi come fossero due alieni, poi entrarono in classe.

Alle undici Michael chiese il permesso per andare in bagno e un attimo dopo Valentina faceva lo stesso. Nel bagno, Michael l'aspettava con la porta socchiusa e appena fu dentro anche lei fece scattare la serratura, poi la guardò serio.

"Che ci succede Vale?"

"Non lo so! Riesco a sentirti è una cosa stranissima!" Valentina si agitava gridando in faccia al suo compagno, Michael le mise una mano sulla bocca facendola zittire, poi le parlò come avevano fatto poco prima e lei face altrettanto. La comunicazione era incredibilmente semplice e lo spavento iniziale era stato ormai sopraffatto dalla curiosità, non c'era risposta e tutto avveniva in maniera facile e automatica.

Dopo quindici minuti chiusi nel bagno, uscirono separati e tornarono in classe con una strana sensazione addosso.

Non trovarono risposte nei giorni e nei mesi a seguire, e non ne parlarono con nessuno. Era il loro segreto, un grande segreto che li univa inevitabilmente senza un motivo apparente e da quel giorno furono più uniti che mai.

Michael smise di ricordare, si era fatto tardi e ormai doveva affrontare sua madre, entrò e si fece coraggio.

"Ok mamma, oggi ho preso un altro quattro, ma ti giuro che non accadrà più, ho parlato con la prof dice che ce la posso fare.Te lo giuro mamma non so che mi è preso." Michael guardava a terra, tenendo le mani in tasca.

Sua madre aveva appoggiato il ferro da stiro e lo guardava seria.

"Senti Michael, lo so che è difficile, tuo padre è morto da meno di un anno e per andare avanti ho dovuto trovare due lavori, non riesco più a starti dietro come prima, ed è tutta colpa mia." Stava per mettersi a piangere e ne aveva tutto il diritto.

"No mamma non è colpa tua, tu sei fantastica è che papà mi manca da morire. Io quel pomeriggio avevo da raccontargli un sacco di cose, avevo appena vinto il campionato, eravamo andati a prendere Nigel per il suo compleanno, la festa organizzata...e lui non ci è mai arrivato. Avrei voluto dirgli che gli volevo bene e che gliene avrei sempre voluto...ci penso spesso, tutto qui." Sua madre ormai piangeva, e Michael l'abbracciava trattenendo le lacrime.

L'unico contatto di Valentina dopo che Michael aveva parlato a sua madre, era stato un messaggio: " Darei qualsiasi cosa, per farti rivedere tuo padre un'ultima volta, tvb Vale."

Lui aveva tenuto in mano il cellulare mezz'ora prima di rispondere, poi aveva scritto in fretta: "Tvb anch'io."

Michael trascorse una notte agitata e priva di sogni, si svegliò prima dell'alba in un bagno di sudore e con la voce di Valentina che lo chiamava.

"E' un po' presto non credi." La stanza era calda e le mancava quasi il fiato, recuperò dei vestiti puliti e si infilò in bagno a farsi una doccia.

"Devo parlarti ora, ho avuto una nottataccia." Valentina sembrava spaventata.

"Allora siamo in due, non ho dormito niente, e per quel poco ho riposato, non ho sognato nulla, sono fradicio e voglio farmi una doccia. Ne possiamo parlare più tardi?"

"Credo di aver sognato anche per te, vieni al campo per le nove!" Michael non rispose, era già sotto l'acqua e avrebbe voluto dormire tutto il giorno.

"Per le nove, hai capito!" Vale riusciva a gridare anche nella sua testa.

"Guarda che ritiro quello che ho scritto ieri sera!" Ma lei era già sparita.

Dopo la colazione si sentì rigenerato, baciò sua madre e uscì con Nigel. Al campo, sotto una grande quercia Valentina lo aspettava impaziente.

"Allora, cosa c'è di così importante?" Michael aveva slegato Nigel, che come al solito correva in tutte le direzioni, dando sfogo alla sua vivacità.

"In realtà non lo so, ho avuto una notte piena di sogni e volevo dirtelo."

Lui la guardava ridendo.

"Io non ne ho fatti per niente, eppure non ti ho mica rotto le scatole."

Ora era arrabbiata, lo guadava seria con strana luce negli occhi e un'aurea che poco prima non c'era, le illuminava tutto il viso; era quasi spaventato. Valentina lo zittì e iniziò a raccontargli dei sogni.

Nel primo c'erano un uomo e una donna, lui aveva una bambina piccola sulle spalle, sembravano innamorati e camminavano nel campo dov'erano loro adesso vicino alla quercia, ma lei era convinta di non conoscerli.

Nel secondo Michael abbracciava il padre sempre sotto la quercia, inizialmente piangevano tutti e due ma poi, Michael era felice e ascoltava il padre che gli parlava.

Nel terzo, il più inquietante, entrambi avevano perso il dono della comunicazione, e Valentina ne era rimasta turbata.

Il quarto invece, disse di non volerlo raccontare nemmeno sotto tortura.

L'amico aveva gli occhi lucidi, lanciò la pallina a Nigel per non pensare a suo padre, poi pregò Valentina di raccontargli anche l'ultimo e ci volle più di mezz'ora per farla cedere.

"Prometti che non mi prenderai in giro?" Lei lo guardava seria, sebbene le scappasse da ridere.

"Ok.!" Lui era sfinito e rassegnato.

"Insomma ero in camera mia e, ...bèh...mi stavo baciando con un ragazzo." Ecco l'aveva detto.

Michael scoppiò a ridere, e lei lo guardò infuriata.

"Scusa, scusa, avevo promesso hai ragione, dai non ho fatto apposta, amici?" Le tendeva la mano in segno di pace, lei la guardò un istante poi la strinse con le guance rosse per la vergogna.

"Ora devo andare, devo finire i compiti, ci sentiamo più tardi se ti va!" Si era già voltata lasciando l'amico sotto il grande albero, quando un rumore di rami secchi lo fece voltare di scatto.

Michael indietreggiò dallo spavento fino a cadere per terra: Valentina senza saperlo l'aveva avvisato, ma la vista di suo padre così all'improvviso, lo lasciò senza fiato.

Era lì davanti a lui, non c'erano bagliori di luci, ne suoni o musiche celestiali, suo padre era lì, in carne ed ossa o almeno così sembrava, gli andò vicino prendendolo per mano.

"Dio mio, quanto mi sei mancato Michael." Le parole di suo padre risuonarono come una melodia, si abbracciarono stretti lasciando che le lacrime scendessero libere.

"Com'è possibile papà?" Poteva toccarlo, parlargli, ed era una sensazione bellissima.

Gli spiegò che il desiderio di Valentina era stato esaudito, e che era una ragazzina meravigliosa, il loro dono però, era il prezzo da pagare: da quel momento in avanti, non avrebbero più potuto comunicare col pensiero.

Le spiegò che i sogni di Valentina, erano l'ultimo e il più grande dono che le erano stati concessi, aveva potuto guardare nella loro vita.

I due giovani con la bambina, erano loro, si sarebbero innamorati e un giorno sposati, il destino li aveva scelti, e si sarebbero amati per tutta la vita. Insieme, avrebbero fatto grandi cose, anche senza il dono cui lei aveva rinunciato e nessuno li avrebbe mai separati.

Il tempo sembrava essersi fermato, suo padre lo pregò di abbracciare la madre, gli disse che li amava più d'ogni altra cosa e che era fiero del ragazzo che aveva davanti.

"Non ti vedrò più quando andrai via, vero?" Michael sembrava fosse cresciuto in quel breve istante che suo padre era di nuovo con lui.

"Sei un ragazzo speciale e io ti vorrò sempre bene." Così com'era arrivato, suo padre andò via senza lasciare traccia scomparendo dietro la quercia.

 Michael chiamò Nigel e tornando di corsa fino a casa, lasciò che il vento asciugasse le sue lacrime; ora non gli sarebbero più servite.

Il cuore era colmo di gioia e felicità, non avrebbe mai potuto raccontarlo a sua madre, non gli avrebbe creduto. Forse un giorno, più avanti lo avrebbe fatto ma ora aveva una cosa più importante da fare e doveva farla subito perché se si fosse fermato a pensarci su, probabilmente non ne avrebbe più avuto il coraggio.

"Vado da Valentina, ci vediamo dopo." Non era riuscito nemmeno ad entrare in casa, l'emozione era ancora troppo forte, poi una volta arrivato sotto casa di lei suonò alla porta.

Venne ad aprire la madre, una signora gentile.

"Buongiorno! Posso salire da Valentina un momento?" Non aveva chiesto nemmeno se fosse in casa, ma la madre spalancando la porta gli aveva dato la risposta che cercava.

"Va pure." Fece i gradini due alla volta e arrivò davanti alla sua camera col fiatone, entrò e chiuse la porta dietro di sè facendola sbattere; lei per poco non gridò dallo spavento.

"Sei matto? Vuoi farmi venire un infarto?"

"E' l'ultima cosa che farei, dovevo parlarti."

"Non potevi farlo da casa tua?Abbiamo un dono te lo ricordi?" Lei aveva quasi sussurrato.

"Non più, chiudi gli occhi."

"Perché?" Lo guardava stupita, per quanto fosse risoluto.

"Fa quello che dico una buona volta, e sta un po' zitta!"

Era seduta sul letto con davanti un libro di antologia, decise di ascoltarlo, incrociando le braccia sul petto e chiudendo gli occhi.

Michael si fece coraggio e le stampò un bacio sulle labbra, la frazione di un secondo forse qualcosa di più, poi si ritrasse.

"Tra qualche anno saprò fare di meglio. Il ragazzo del sogno ero io, mio padre dice che sei fantastica...è stato un sacrificio molto bello il tuo, non so se riuscirò mai a renderti il favore."

Valentina era come paralizzata, avrebbe voluto dire qualcosa, ma ogni volta che provava, lui glielo impediva, si era portata una mano sulle labbra, dove lui l'aveva baciata e la teneva ferma lì.

"Io..."

"Non abbiamo più il nostro dono che ci unisce, ma con gli anni ci unirà qualcosa di più grande, rivedere mio padre è stato bellissimo e lo devo solo a te, grazie."

"Io non capisco..." Valentina aveva gli occhi lucidi.

"Shhh, abbiamo una vita davanti, domani ti racconto tutto, tua madre inizierà a preoccuparsi. Ti ricordi il primo sogno? Quei due ragazzi? Siamo noi."

Si avvicinò di nuovo, le baciò la fronte e si avvicinò alla porta.

"Credo che dovremo farci aumentare la paghetta adesso!" Chiuse la porta e lasciando Valentina sul letto che ormai piangeva di felicità.

Quindici anni più tardi, nello stesso campo, sotto la grande quercia, Michael teneva sulle spalle sua figlia Giada, poco più in là Valentina li guardava felice, ripensando a quella notte...piena di sogni.

PS: versione abbreviata per partecipazione al concorso.

"Il ferroviere di Speropoli" (Racconto vincolato da un breve incipit di due righe...)

Il paese in cui viveva Luca il Ferroviere si chiamava Speropoli ed era piccolissimo, straordinariamente piccolo in confronto ad altri paesi, come ad esempio l'Italia, l'Africa e la Cina. Era grande più o meno il doppio di casa nostra. La cosa potrebbe sembrare strana per l'abitante di un paese come quelli appena elencati, ma per uno Speropolese, muoversi all'interno di quella città era normale almeno quanto potrebbe esserlo per uno di noi ritrovarsi all'improvviso nel centro di New York; vi erano vie, palazzi, negozi, scuole, e un'efficiente rete ferroviaria che attraversava tutta la città.

Gli abitanti erano tutte persone amabili e prive di cattiveria, non si sentiva mai gridare o bisticciare, insomma il paese ideale in cui vivere, ma per farlo, bisognava possedere una caratteristica fondamentale: essere alti una spanna.

Luca però,  pur piccolo che fosse era una persona speciale e la più amata in paese. Era l'unico che meglio conosceva ogni posto più remoto di quella fantastica città, il fatto che fosse "il ferroviere" e che in città ci fosse un solo treno gli dava poi un bel vantaggio. Iniziava il suo lavoro il mattino presto, uscendo dalla sua casa accanto alla stazione e andando a mettere in moto il suo treno, al quale aveva dato il nome di "Scheggia", non perché fosse veloce ma perché per fare il giro del paese ci metteva talmente poco tempo, che a lui sembrava andasse davvero rapidamente. Usciva dalla stazione e iniziava il suo lavoro prelevando i "grandi" di Speropoli per portarli al lavoro: insegnanti, panettieri, falegnami, dottori, parrucchieri...

Ogni angolo della città aveva una destinazione specifica per il lavoro svolto: a nordovest l'ospedale, a nordest le drogherie a sud i panifici; suddivise per fasce d'età (e non certo d'altezza) vi erano le scuole, nelle quali si recava alla fine del primo turno di lavoro rientrando a nord per recuperare tutti i bimbi della città.

Chiunque, salendo sul treno aveva per lui una buona parola o un gesto gentile, e lui ricambiava sempre con un largo e sincero sorriso. Era un uomo piuttosto piccolo, e tenendo conto che a Speropoli nessun adulto superava i dieci centimetri d'altezza, lui non si faceva molti problemi pur non arrivando agli otto. Aveva da poco compiuto quarant'anni e viveva da solo in una piccola casa ordinata e pulita, ma una famiglia, vivendo così a stretto contatto con tutti gli abitanti della città sembrava non mancargli mai.

A tenergli compagnia c'era il suo gatto, di nome "Topo", una palla di pelo completamente bianca con una piccola macchia nera sulla punta della coda; passare le sere accanto a lui era piacevole, lo prendeva in braccio, poi tenendolo sulle sue gambe iniziava ad accarezzarlo finché il rumore delle  fusa, armonico e regolare come una ninnananna, lo faceva addormentare. Il rimpianto di non avere una famiglia tutta sua, s'impadroniva di lui principalmente in quei momenti, quando tutti sembravano avere compagnia ed essere sempre più felici di lui.

 La sera del 31 ottobre anche a Speropoli, come ormai in ogni parte del pianeta, si festeggiava Halloween, e Luca come ogni anno, aveva promesso a tutti i bambini un eccezionale giro per la città a bordo di Scheggia.

Lui non si era travestito, diceva che portando una divisa tutto l'anno, quello era l'unico giorno in cui si prendeva la libertà di non indossare berretto e casacca; un paio di jeans e una camicia erano sufficienti per sentirsi comodo e finalmente libero almeno per una volta.

Arrivò in perfetto orario davanti alla casa del primo bambino qualche metro dopo la stazione.

"Buonasera mio piccolo Andrea, da cosa ci siamo travestiti questa sera?"

Aveva finto di non capire, ma era evidente che il lungo lenzuolo bianco e il buco degli occhi all'altezza del viso, erano il classico travestimento da fantasma; la mamma appena dietro sorrise, poi salì insieme al suo bambino.

"Non lo vedi Luca, sono un fattamma, e sono paventosissimmo...aahhhh!!!"

Andrea era un vero tipetto, tre anni di Speropolese ed incredibilmente piccolo, ma di una simpatia contagiosa; con un carattere estroverso, al mattino era capace di parlare per tutto il tragitto che separava casa sua da scuola. La mamma, che per l'occasione era un'elegantissima strega, era in realtà una bella donna dall'animo gentile, ma il sorriso, che fino all'anno prima era sempre disponibile sul suo viso, ultimamente lasciava il posto ad un semplice saluto di cortesia che non proveniva dal cuore; il destino purtroppo, gli aveva da qualche tempo portato via il marito e lei non riusciva ancora ad accettare la realtà.

Eh sì, anche se in quel paese tutto era perfetto, purtroppo c'era una cosa che lo accumunava con tutte le altre popolazioni e esseri viventi dell'interno universo: la nascita e la morte.

Rugiada, questo il nome della mamma di Andrea, tentava in tutti i modi di essere forte per il suo bambino, cercando sempre di mostrarsi allegra e spensierata ma non era facile; qualche volta, ritrovatasi sola con Luca nel viaggio di ritorno verso casa, si era lasciata andare in un pianto liberatorio, dimostrando un'infinita sofferenza per quanto accadutole, e tanta preoccupazione per dover crescere da sola Andrea. Luca sapeva ascoltare e dare ottimi consigli e anche se gli spezzava il cuore vedere una famiglia distrutta all'improvviso, non sapeva certo trovare una soluzione a un problema così grande.

Luca in occasione della festa di Halloween ci aveva messo un po' per convincere Rugiada a partecipare alla festa, alla fine per riuscire a strapparle un sì e vederla sorridere aveva dovuto inventarsi una storia sui due piedi:

"Sai Rugiada, si dice che questa sia una notte magica e tutto possa accadere, io credo nella magia e dovresti farlo anche tu, non so dirti cosa possa accadere, ma credo che quella sera, se verrai alla festa con Andrea, qualcosa nella tua vita cambierà, ne sono certo."

Lei aveva sorriso un po' incredula e alla fine aveva deciso di andarci, quella sera infatti, sembrava meno pensierosa del solito, forse per l'aria festosa o per l'euforia contagiosa di Andrea, in ogni caso Luca fu felice di trovarla serena.

 Il treno proseguì, e nel giro di pochissimo tempo riuscì a far salire tutti i bambini della città; i più piccoli accompagnati dalle proprie mamme o dai papà occupavano le prime carrozze, i così detti mezzani, quelle centrali, e i grandi (i nostri adolescenti per intenderci) che ancora volevano partecipare a quel giro per il paese, avevano a disposizione le ultime due carrozze.

Luca si  era preoccupato di installare luci stroboscopiche e festoni per tutto Scheggia, a ogni vagone aveva messo una radio ben legata ai sedili e cd musicali adatti all'età dei partecipanti erano disponibili in un piccolo contenitore accanto allo stereo; l'atmosfera era fantastica, e ogni partecipante aveva portato dolcetti realizzati in casa per allietare la festa.

Giacomo, il miglio amico di Luca era salito con i figli su Scheggia appena dopo Andrea, lui e tutta la famiglia erano si erano vestiti da Puffi.

"Che fantastico travestimento per degli Speropolesi!" Luca li aveva fatti accomodare, e subito dopo era ripartito per le strade della città per iniziare a trascorrere tutti insieme quella notte magica.

"Questo è il giorno migliore dell'anno!" Giacomo si era accomodato nella cabina di comando portando alcuni dolcetti preparati da sua moglie.

"Ogni giorno dell'anno è bello qui a Speropoli, non ci si può lamentare." Aveva risposto Luca mettendosi in bocca un biscotto a forma di pipistrello.

"Già ma ora sei fuori servizio, è difficile vederti vestito così... potresti cercare di non pensare solo al lavoro poiché Scheggia è dotato di pilota automatico!" Giacomo e Luca erano amici fin dai tempi dell'asilo, ma se l'uno aveva messo su famiglia, l'altro era invece sempre solo, facendo spesso preoccupare l'amico.

"Io e Scheggia siamo una cosa sola, è difficile separarmi da lui!" Nonostante avesse inserito i comandi automatici, non si era mosso dalla sua posizione.

"Dai vieni a fare un giro per le carrozze i bambini saranno felici di vederti!Poi immagino che tu abbia preparato il solito cesto di caramelle vero?" Giacomo lo stava praticamente trascinando giù dal sedile e Luca non oppose resistenza.

"Non so perché ti do sempre retta!"

Arrivato nel primo vagone, fu sopraffatto dal rumore e dalla musica; i bambini iniziarono a cantare tenendosi per mano appena lo videro arrivare:

"Luca il ferroviere è il migliore del paese, lui con Scheggia corre forte e ti porta ovunque vuoi,

alla scuola o a lavorare, digli tu dove vuoi andare,

Luca Luca il ferroviere è il migliore del paese e sai perchéééé...lui è uno Speropolese!!!"

Luca era quasi commosso, avanzò tra i bambini tenendo in mano il grosso cesto colmo di caramelle che aveva portato da casa, e tutti gli si avvicinarono per riempirsene le tasche.

"Fate piano bambini, devono bastare per tutti, ora lasciatemi andare negli altri vagoni."

Mentre stava per aprire la porta che lo collegava al secondo vagone, si sentì tirare piano la camicia e quando si voltò, vide il piccolo Andrea.

"Posso venire con te a fare il giro di cheggia?"

"E' meglio che tu stia qui con la tua mamma, Scheggia è molto lungo."

"Ma io non mi ttanco mica."

Non voleva deluderlo, ma nemmeno rischiare che si facesse male.

"E' anche pericoloso, un conto è stare all'interno di un solo vagone e un conto è entrare e uscire  fino all'ultimo!"

Rugiada si avvicinò a suo figlio e cercò di spiegargli le ragioni per le quali Luca non poteva portarlo con sé, ma il bambino alzò la voce all'improvviso  e con un tono quasi disperato disse:

"Il mmio papà mi avrebbe pottato!"

A Rugiada si gonfiarono gli occhi di lacrime, Andrea non aveva mai avuto problemi di linguaggio, ma negli ultimi mesi dopo la morte, del padre sembrava incontrare difficoltà nel modo di esprimersi; i dottori l'avevano tranquillizzata, ma lei naturalmente si addolorava ogni volta che lo vedeva soffrire.

Giacomo arrivato alle spalle della donna, cercava di farsi venire in mente qualcosa per essere d'aiuto a Luca.

"Io credo che Andrea possa andare con lui, magari tenendosi ben saldo al cesto, tu cosa ne pensi?"

"Ma certo Andrea, anzi, potrebbe aiutarmi a distribuire le caramelle, come ho fatto a non pensarci?" Luca era imbarazzato, ma sperava di essere riuscito a riparare grazie all'aiuto del suo amico.

"Allora ci vieni?"

"Ma cetto!" Gli aveva rivolto un sorriso bellissimo, poi si era voltato dalla sua mamma e aspettato il suo consenso.

Luca non lo fece attaccare al cesto, ma lo prese direttamente per mano, e Andrea fu felice di questo gesto dolce e affettuoso.

 Attraversarono piano tutti i vagoni soffermandosi qualche minuto in ognuno e distribuendo pazientemente caramelle a tutti i partecipanti. Luca  rispose a tutte le domande che Andrea gli poneva sui componenti del treno; era meticoloso e attento e non gli sfuggiva nulla.

Dal finestrino alla maniglia, voleva gli venisse spiegato ogni minimo dettaglio e Luca era ben felice di poterglielo illustrare.

"Spero ti sia piaciuta questa avventura!" Gli disse Luca rientrando.

"E' stato bellissimo!Grazie!"

"Ti piacerebbe provare a guidare Scheggia?"

"Dici sul serio?"

"Io non scherzo mai!Però non devi dirlo a nessuno!" Luca lo aveva preso in braccio e lo guardava dritto negli occhi.

"Sìììì!!!" Le piccole braccia di Andrea stringevano forte il collo di Luca, e lui con un velo di imbarazzo, rientrando nel vagone di partenza lo rimise a terra.

 Andrea corse incontro alla madre gridando per la felicità.

"Sai che siamo andati fino in fondo, in fondo?"

"Davvero?E hai fatto il bravo?"

"Certo mamma! E adesso Luca mi farà guidare Scheggia, però è un segreto, schhh!!!"

Luca arrivò appena dopo Andrea portando il cesto ormai vuoto.

Il bambino aspettava paziente di iniziare la nuova avventura e vedere la cabina, ma prima che Luca potesse mostrargliela la mamma di Andrea lo fermò per ringraziarlo.

"Ma figurati, è stato un vero piacere."

All'interno della cabina, Andrea non finiva di fare domande, era educato e con una splendida luce negli occhi, parlava con scioltezza e rapidità, ma Luca intento a spiegargli i comandi e le funzioni di Scheggia non si era reso conto che le difficoltà d'espressione avute fino a qualche momento prima sembravano svanite all'improvviso.

Rugiada appoggiata al vetro della cabina osservava suo figlio alle prese con leve e bottoni, era felice, solo lei sapeva quanto quei gesti e quelle attenzioni, erano importanti per Andrea.

Quando finalmente si fermò ad ascoltarlo e lo sentì parlare come aveva sempre fatto, fu incapace di fermare le lacrime.

 Luca, un ferroviere, un uomo piccino dal grande calore umano.

Le aveva detto che quella notte era magica, che avrebbe potuto succedere qualcosa, non le aveva fatto promesse, ma le aveva detto che qualcosa sarebbe successo, e ora lei ne era testimone, suo figlio stava lasciando uscire il dolore dal suo cuore per far posto ad un nuovo amico e  iniziare pian piano una nuova vita.

Si asciugò le lacrime col dorso della mano, poi bussò al vetro dalla cabina.

Luca lasciò Andrea ai comandi e andò incontro a Rugiada.

"Cos'è successo? Tutto bene?"

"Grazie!Sta parlando come non faceva da mesi, e lo devo solo a te. Come sapevi che sarebbe stata una notte magica?"

Luca che era un uomo timido e riservato, non aveva risposte a quello che Scheggia, Halloween, e il destino lo avessero aiutato a realizzare per lei e il piccolo Andrea, ma di certo sapeva che in qualche modo aveva acceso delle speranze nelle loro vite, e di questo ne era felice.

"Il merito non è mio, e nemmeno di questa notte, sta tutto nel nome della nostra città credo: Speropoli. Non bisogna mai smettere di sperare, ricordalo."

Rugiada ringraziò Luca per quelle parole, si abbracciarono stretti senza dire più nulla, poi andarono in cabina dove Andrea guidò Scheggia sul tragitto di ritorno.

Una volta lasciati tutti i bambini nelle proprie case, a notte  ormai fonda, l'ultima fermata era quella di Rugiada; Luca li lasciò sulla banchina con la promessa che presto sarebbero stati ancora insieme.

Andrea lo strinse forte al collo stampandogli un bacio sulla guancia, e questa volta, senza imbarazzo, Luca fece la stessa cosa.

Mentre il treno si allontanava piano, entrambi salutavano Luca, e lui, felice imboccava la stazione, dove avrebbe messo a riposo Scheggia.

 Toc, toc.

"Entra pure!"

Se non fosse arrivato mio marito a bussare alla porta della camera, sarei andata avanti ore a immaginare la vita di Luca, invece, malinconica e un po' delusa ho dovuto riprendere il contatto con la realtà.

La boccia di vetro che stringo tra le mani è pesante, e le braccia mi si sono indolenzite, ma è un dolore che provo con piacere; Le dò un'ultima scrollata per vedere i pezzettini di neve scendere piano sul paesaggio, poi l'appoggio sulla mia scrivania e resto a osservare i particolari sommersi dall'acqua: i minuscoli binari corrono in circolo tra le case e i prati circostanti, la donna e il bambino che si tengono per mano salutano il treno di passaggio, i vagoni piccoli e precisi sono realizzati nei minimi dettagli; alla guida un piccolo omino sorridente è il ferroviere Luca.

"Allora, cos'è successo oggi a Speropoli?" Mio marito sorride, e come di consuetudine mi fa la solita domanda.

Io sono contenta della sua complicità, poi mi siedo sul divano e lo trascino accanto a me iniziando a raccontare della nuova avventura appena immaginata.

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